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C’è una sottile, deliziosa forma di ottimismo che coglie chiunque decida di vendere casa: la rassicurante convinzione che basti affidare un mazzo di chiavi a un’agenzia qualunque per trasformare un labirinto burocratico in una trionfale passeggiata verso il rogito.

Dopotutto, ci si ripete con ingenua serenità, sono professionisti del settore, conoscono il mestiere e penseranno loro a verificare che ogni singolo foglio sia al proprio posto.

Poi, puntuale come una cambiale in scadenza, entra in scena la realtà.

Arriva quasi sempre scortata dal classico, temuto scheletro nell’armadio documentale.

Oggi è il certificato di agibilità misteriosamente introvabile; domani una difformità urbanistica mai sanata risalente ai lavori di trent’anni prima; dopodomani una planimetria catastale che non coincide con lo stato di fatto, una sanatoria lasciata a metà o una servitù di passaggio dimenticata nel cassetto dei ricordi di famiglia.

Il copione non cambia mai, replica dopo replica.

La trama d’altronde è un classico intramontabile della commedia immobiliare: da una parte un venditore in buona fede ma ignaro, dall’altra un acquirente fiducioso con il mutuo deliberato, un compromesso firmato con reciproco entusiasmo e, nel mezzo, lui.

Il venditore di fumo per eccellenza — o magari il perfetto mediatore abusivo, privo di patentino e di qualunque cognizione tecnica — con il completo sartoriale impeccabile, il sorriso a trentadue denti da televendita mattutina e il SUV tedesco fresco di lavaggio con cui scarrozza fiero i clienti fino all’ingresso dello studio notarile.

È profondamente convinto che fare mediazione significhi semplicemente sfoggiare carisma, aprire porte, scattare due fotografie grandangolari con lo smartphone e poi incassare la parcella senza troppi pensieri.

Poi, improvvisamente, il fascicolo atterra sulla scrivania del notaio.

L’unico professionista della filiera che apre davvero le carte, scorre gli atti di provenienza, esamina i titoli edilizi e, inesorabilmente, alza un sopracciglio.

Il risultato? L’incantesimo svanisce in tre secondi netti.

L’acquirente si sente tradito, il mutuo si blocca, salta la compravendita, vengono chiesti i danni e la controparte se ne va sbattendo la porta.

Il proprietario, pietrificato dall’incredulità, si ritrova con l’immobile bloccato e invenduto, l’obbligo legale di restituire il doppio della caparra confirmatoria incassata e, per coronare questo autentico capolavoro tragicomico, persino la provvigione da saldare a chi ha fatto soltanto da splendida comparsa.

Sembra una beffa assurda, degna del teatro dell’assurdo, ma per il codice civile è tutto impeccabilmente regolare: la conclusione dell’affare è formalmente avvenuta con l’accettazione della proposta e/o con la sottoscrizione del preliminare di compravendita (compromesso)

A questo punto va in scena il consueto festival dello scaricabarile, con il ritornello di battute recitate a memoria:

  • Ma tu non me lo avevi detto!”
  • Ma tu non me lo avevi chiesto!”
  • “Ma io non sapevo di doverlo controllare!”
  • Ma io esattamente per cosa ti ho pagato?”

Un magnifico balletto dell’assurdo che svela una verità incontrovertibile: l’abito firmato non sana le irregolarità edilizie, le parole rassicuranti non correggono il catasto e il macchinone tirato a lucido non sostituisce una seria due diligence tecnica.

Prima di mettere sul mercato il tuo immobile e rischiare brutte sorprese all’ultimo miglio, contattami per una valutazione tecnica completa e rigorosa.

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