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L’atto di fede del venditore della domenica

C’è un livello di incoscienza collettiva che sfiora la demenza civile: persone che controllano fino all’ultimo millimetro le gomme dell’auto usata mettono sul mercato l’asset principale della loro vita senza avere la più pallida idea di cosa ci sia scritto nei registri del Comune.

La farsa è sempre la stessa, recitata con l’arroganza dell’incompetenza: il proprietario sventola una planimetria catastale spiegazzata e sentenzia: “La casa è perfetta, ci abito da trent’anni, mai toccato un chiodo”.

Peccato che al Catasto registrino solo dati fiscali, mentre nell’archivio edilizio comunale quell’immobile risulti una stalla, abbia tramezze abusive o finestre aperte per grazia ricevuta.

Eppure nessuno si degna di fare un banale accesso agli atti prima di piazzare il prezzo e pretendere decine di migliaia di euro di caparra.

Una legge complice del disastro

La colpa non è solo dell’italiano medio abituato a campare d’azzardo; è di un sistema normativo ipocrita e mutilato.

La legge italiana è ferocissima nel punire: se vendi un immobile non conforme ne rispondi civilmente e penalmente, rischi la nullità dell’atto, il risarcimento danni e la restituzione del doppio della caparra.

Ma, con sublime idiozia burocratica, la stessa legge non ti obbliga a produrre una relazione tecnica di conformità edilizia prima di mettere la casa sul mercato.

Ti minaccia con la galera e il fallimento economico se sbagli, ma ti lascia la piena libertà di schiantarti a occhi bendati.

E la gente, naturalmente, si schianta con gioia.

Il circo dell’improvvisazione in giacca e cravatta

In questa palude di ignoranza e superficialità, chi dovrebbe fare da scudo tecnico?

L’agente immobiliare.

E invece no: in molti casi diventa il complice perfetto del disastro.

La valanga di cause legali che intasa i tribunali e vede coinvolti i mediatori non nasce dal destino cinico e baro, ma da una crassa, imperdonabile mancanza di professionalità.

Ci si accontenta delle chiacchiere del proprietario, si schiaffano quattro foto sgranate online, si fa firmare una proposta vincolante senza aver spulciato mezzo faldone in Comune e si prega che il perito della banca sia abbastanza distratto da non bloccare il mutuo.

Quando smetteremo di fare i venditori di fumo?

Diciamoci la verità in faccia, senza ipocrisie di categoria: quando smetteremo di considerare il nostro lavoro come il porto di mare per sbarbati senza arte né parte in giacca lucida, o come il salvagente dorato per cinquantenni disoccupati e allontanati dal loro precedente impiego, convinti che vendere case sia una passeggiata per chiunque sappia sorridere?

E quando la smetteranno i titolari di considerare l’agenzia immobiliare come un’azienda che fa carne da macello, un calderone di procacciatori telefonici ossessionati solo dal fatturato e incapaci di leggere una concessione edilizia?

Vendere casa non è fare gli “apriporte” col gel nei capelli per intascare una provvigione non meritata.

È rigore tecnico, responsabilità e competenza urbanistica.

Finché la categoria sarà ostaggio di dilettanti allo sbaraglio e capetti affamati di numeri, le compravendite continueranno a non essere affari, ma un anticipo di galera e udienze civili.

Venditori: indagate prima di affidare il vostro patrimonio

Un avviso severo a chi vende: basta farsi abbagliare dalle vetrine di prestigio.

Ci sono agenzie con marchi blasonati e insegne su strada da trent’anni che mandano in giro ragazzini IMPROVVISATI o cosiddetti consulenti senza patentino a fare stime, valutazioni a spanne e a gestire trattative delicate.

Indagate, fate domande scomode, chiedete nome, cognome e numero REA di chi mette le mani sulla vostra casa.

Il marchio sulla facciata non vi salverà dal risarcimento danni: affidarsi a chi lavora senza titoli e senza verifiche tecniche non è una scorciatoia, è solo il modo più rapido per distruggere il valore del vostro immobile e trovarvi citati in giudizio.

Caro acquirente: apri gli occhi e pretendi i fatti

Se stai cercando casa, smettila di fare lo spettatore passivo.

Quando varchi la soglia di un immobile o ti siedi per firmare, pretendi immediatamente di vedere il tesserino di riconoscimento della Camera di Commercio di chi ti sta accompagnando e di chi ritira la tua proposta.

Chi ti sta davanti è un agente abilitato o l’ennesimo abusivo mandato allo sbaraglio?

E soprattutto: esigi sul tavolo la Relazione Tecnica Integrata di conformità urbanistica e catastale prima di versare un solo centesimo di caparra.

Se il personaggio con la cravatta stretta e colorata osa risponderti che “non è obbligatoria per legge”, mandalo dritto al diavolo senza passare dal via: perché per sfoderare quel sorrisetto da deficiente e chiederti senza vergogna il 4% più IVA non si fanno mai troppi scrupoli.

Fai valere i tuoi soldi, o sarai tu a pagarne i cocci.

Svegliatevi: un immobile su due è una bomba a orologeria

La realtà è che il mercato immobiliare è cambiato radicalmente, ma quasi nessuno vuole ammetterlo ad alta voce. Il patrimonio edilizio delle nostre zone è vecchio, stanco e profondamente manomesso: abbiamo un’infinità di case edificate tra gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, vissute per decenni da intere generazioni che hanno abbattuto muri, aperto finestre, condonato a metà o chiuso verande con la disinvoltura di chi pensava che “a casa propria si fa quello che si vuole”.

Il risultato numerico è impietoso: oggi, là fuori, un immobile su due ha problemi urbanistici o catastali, più o meno gravi.

Vendere o comprare facendo finta che basti una stretta di mano e l’aria fritta dei venditori di fumo significa solo andarsi a schiantare a duecento all’ora contro il perito della banca o il notaio.

Se non si parte da un’analisi tecnica spietata e preventiva dello stato legittimo, non state facendo un affare immobiliare: state semplicemente comprando o vendendo una causa civile.

Chiudete gli occhi se volete, ma poi non cercate scuse quando arriverà il conto da pagare.

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